Alcuni
dicono che il bambino usa i pugni fino a che non impara a usare il cervello.
Come forma di lotta contro la violenza, la violenza appartiene dunque
all'infanzia della mente umana, mentre la nonviolenza è l'arma
dei coraggiosi e degli intelligenti. La nonviolenza attiva è
un metodo che non è stato ancora sviluppato in tutte le sue potenzialità.
Le lotte nonviolente di Gandhi e Martin Luther King sono esempi che
si possono sviluppare, adattandoli alle condizioni attuali.
La nonviolenza attiva non è una semplice posizione di pacifismo
passivo, rassegnato e timoroso, ma è una militanza dinamica -
coraggiosa e ribelle - contro ogni forma di violenza, le sue radici
e le sue manifestazioni. Essa lotta inoltre per gettare ponti di comunicazione
diretta tra diverse razze, popoli, comunità e individui.
Finora enormi quantità di risorse (umane, economiche, tecnologiche,
scientifiche, ecc.) sono state e sono impiegate per lo sviluppo della
violenza. Se le stesse risorse venissero utilizzate per lo sviluppo
della nonviolenza, ogni paese o il mondo intero cambierebbe in pochi
anni.
Sull'efficacia
della Nonviolenza.
Un
argomento che viene spesso sollevato contro la nonviolenza è
che la violenza, come mezzo per ottenere dei risultati, è efficace.
Fa cioè sì che si ottengano le cose. Ma questo non è
vero. Non sempre la violenza ha successo, a volte raggiunge i suoi obiettivi
di corto respiro e a volte no. La storia e gli eventi quotidiani illustrano
ampiamente questo punto.
Ogni volta che due fazioni violente si confrontano, ci può essere
un vincitore, ma anche un vinto, la storia delle guerre dimostra questo
fatto, e i registri della polizia sono pieni di casi che evidenziano
il fallimento della violenza come mezzo.
D'altra parte, possiamo essere d'accordo sul fatto che i mezzi nonviolenti
non ottengono sempre i risultati desiderati. Anche la Nonviolenza attiva
può esibire una lista di successi e sconfitte, di trionfi e fallimenti.
Possiamo però sostenere con sicurezza che, ogni volta che è
stata impiegata per raggiungere un obiettivo di grande importanza e
durata, la violenza ha sempre fallito. Può aver ottenuto dei
risultati iniziali, raggiunti però a prezzo di dolore e sofferenza
(per i vincitori come per i vinti), finendo presto per passare in secondo
piano rispetto alle conseguenze della violenza. La grande causa viene
così alla fine tradita e sconfitta.
Ad esempio, dopo una lotta violenta può succedere a volte che
nessuno rimanga vivo o in condizioni abbastanza buone da approfittare
del successo. In altri casi, il dolore e la sofferenza inflitti ad altri
e sopportati dal vincitore lo privano di ogni gioia o soddisfazione.
In altri casi la paura di rappresaglie e la frenesia di consolidare
risultati così ottenuti porta a una violenza maggiore di quella
esercitata prima su quanti avrebbero dovuto godersi la vittoria. Quelli
che sono pronti ad invocare la violenza o a parlar male della nonviolenza
sono spesso rivoluzionari da salotto, o cinici e codardi inconfessati,
che mandano gli altri in battaglia, o sciocchi che possono solo immaginarsi
come vincitori e mai come vittime, o esseri umani materialisti e degradatori
che non vedono alcun senso nella vita.
Per quanto riguarda la difficoltà di escogitare e mettere in
pratica i metodi nonviolenti, è la stessa incontrata con la violenza.
Inoltre, non solo una violenza che abbia successo non è così
facile da portare avanti, ma bisogna poi pensare anche al dopo: come
evitare le rappresaglie, evadere la legge, ecc., una preoccupazione
che invece non sorge quando si usa la nonviolenza.
Perfino "L'arte della guerra", di Sun Tzu, un classico trattato
cinese sulla guerra, sostiene che il miglior guerriero è quello
che conduce le cose in modo da non far mai sorgere il bisogno di un
combattimento reale, quello che vince le battaglie prima che queste
siano richieste, e che con l'astuzia fa sì che il nemico non
prenda le armi. Un concetto simile è applicato oggi usando lo
spionaggio e il controspionaggio, la propaganda, gli scambi economici
e culturali, i negoziati e la diplomazia per scongiurare il ricorso
alla violenza. Più un paese è intelligente, più
ricorrerà a tutti i possibili mezzi nonviolenti prima di farsi
incastrare in un confronto violento.
Tenendo conto di tutti gli argomenti sopra menzionati, affermiamo che
la violenza non può vantare nei confronti della nonviolenza alcuna
superiorità rispetto al raggiungimento di obiettivi di lunga
durata e grande importanza.
Per ogni mezzo violento, se ne può escogitare e provare uno nonviolento,
con uguali (o superiori) possibilità di successo. Violenza e
nonviolenza producono entrambe un "feedback", una reazione
a catena, un "karma" individuale e sociale con conseguenze
rispettivamente indesiderabili e desiderabili.
Infine, la Nonviolenza non verrà mai capita o preferita da chi
cerca una convenienza per sé o per altri, ad ogni costo. La nonviolenza
è per chi si interessa non solo del presente, ma anche del futuro
della propria azione, non solo di ottenere le cose, ma anche del prezzo
da pagare, non solo di raggiungere risultati, ma anche del loro fondamento
morale.
In sintesi, la nonviolenza rappresenta il meglio dell'essere umano,
la violenza il peggio. La scelta è chiara; sta poi a ognuno scegliere
la propria strada nella vita. L'evoluzione dell'uomo e la civilizzazione
è stata raggiunta nonostante lo spargimento di sangue, e non
grazie ad esso. L'impulso dell'uomo verso l'alto viene dai suoi aspetti
migliori, non dai peggiori. La ribellione e la lotta alla violenza è
presente nelle migliori filosofie, religioni, costituzioni, leggi e
nella vita di quelli che vale la pena di ricordare. La violenza andrebbe
vista come la conseguenza o la risorsa scaturita da impotenza, debolezza,
disperazione, bestialità, squilibrio, paura, avidità,
ecc., aspetti che non costituiscono certo le migliori potenzialità
dell'uomo.
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